Non ci sono solo Barack Obama e John McCain tra i candidati alle presidenziali del 4 novembre.
Questi i principali partiti in lizza:
PARTITO LIBERTARIO, candidato presidente: Robert «Bob» Barr candidato vice presidente: Wayne Allyn Rooth http://www.lp.org/
PARTITO DELLA COSTITUZIONE, candidato presidente: Charles «Chuck» Baldwin candidato vice presidente: Darrell Castle http://www.constitutionparty.com/
VERDI, candidata presidente: Cynthia McKinney candidata vice presidente: Rosa Clemente http://www.gp.org/index.php
PARTITO DELLA LEGGE NATURALE, PARTITO PACE E LIBERTA', PARTITO INDIPENDENTE ECOLOGISTA candidato presidente: Ralph Nader candidato vice presidente: Matt Gonzalez http://www.votenader.org/
PARTITO DELLA RIFORMA candidato presidente: Ted Weillcandidato vice presidente: Franck McEnulty http://reformpa.web.aplus.net/
PARTITO SOCIALISTA USA candidato presidente: Brian Moorecandidato vice presidente: Stewart Alexander http://www.votesocialist2008.org/
PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI candidato presidente: Roger Calerocandidata vice presidente: Alyson Kennedy http://www.themilitant.com/index.shtml
PARTITO SOCIALISMO E LIBERAZIONE candidata presidente: Gloria LaRiva candidato vice presidente:Eugene Puryear http://www.pslweb.org/site/PageServer?pagename=votepsl_home
di Francesco Storace
E’ morto senza scorta. Jorg Haider, leader di quella che la solita nomenklatura intellettuale chiama l’ultradestra austriaca, è scomparso tragicamente come una persona comune. Di lui si sono spese le peggiori parole, razzista, xenofobo e chissà che altro, eppure nel suo status non c’era traccia dell’uomo che, a capo di una comunità di forte consenso elettorale, sembrava far impallidire l’Europa e il mondo.
Senza neppure un autista ad accompagnarlo a casa dopo l’ennesimo comizio. Quanti ce ne sono così in Italia?
Piovono commenti grossolani e nessuno che si chiede il perché di un successo travolgente nel popolo, non nei palazzi del politicamente corretto. Noi, più semplicemente, crediamo che Haider abbia interpretato la voglia di una parte del suo popolo di ribellarsi al pensiero unico, di riappropriarsi di un’etica che proprio nei giorni della crisi finanziaria mondiale torna alla ribalta come necessità di riscatto morale.
Non profettizzava, Haider, l’Europa dei mercanti, e credo che tutti gliene debbano rendere atto, almeno ora che non potranno più strillare contro la sua presenza ingombrante.
Sono stato suo collega al comitato delle regioni d’Europa, come presidente della mia regione e lui governatore della Carinzia. E’ stato capace di cadere e rialzarsi, di combattere, di vincere. Probabilmente avevamo un concetto differente di amore per la propria Nazione, e questo è ovvio. Ma di fronte a uomini così, capaci di correre per affermare un’idea, mille volte meglio che quattro quacquaraquà che dalle nostre parti idolatrano il capo sperando di essere degni di trovare un posto a corte.
No, non conta solo il potere. E nemmeno l’auto blu.
Onore e dolore per un politico che non si nascondeva.
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Intervista al prof. Sandro Consolato: Il paganesimo in Italia
Cominciamo dalle radici… l’Europa ha effettivamente delle “radici giudaico-cristiane”, come si vorrebbe da più parti?
“Il giovane Evola di Imperialismo pagano proclamava l’Antieuropa, mettendo in guardia contro un pericolo euro-cristiano… Comunque, una cultura europea marcatamente unitaria, dall’Atlantico agli Urali, dall’Islanda a Malta, si è in effetti avuta solo col Medioevo, con la cristianizzazione del nostro continente, cioè di terre e popoli cui il cristianesimo primitivo era estraneo, poiché nato in ambito etnico e religioso giudaico. Ma proprio perché il cristianesimo è originariamente un fenomeno allogeno, non si può parlare di radici profonde dell’Europa senza riferirsi al mondo precristiano, con le tradizioni ellenica e romana e con quelle dei popoli celtici, germanici, baltici e slavi, che hanno poi dato un loro colorito alle società cristiane”.
Ma la spiritualità europea deve tener conto di religioni viventi, non estinte…
“Beh, intanto vi sono alcuni paesi europei che hanno dato un riconoscimento giuridico all’esistenza e alla pratica dell’antico paganesimo. L’Europa intera deve tener conto di fatti simili, anche allargandosi ad Est: in Lituania il paganesimo indigeno, riconosciuto anch’esso dallo Stato, ha una storia lunga e vivace, ad esempio. Una nostra delegazione, guidata da Daniele Liotta, invitata in Lettonia alla Conferenza internazionale delle religioni etniche del giugno 2007, ha potuto constatare come lì l’essere pagani sia un fatto normale, un dato della stessa identità nazionale. Il giorno del Solstizio i pagani entrano gratis nei musei, ad esempio”.
E in Italia, la patria dei Romani?
“Quando si parla di paganesimo bisogna tener distinti due fenomeni: la religiosità popolare e le tradizioni élitarie. Nei paesi celtici, scandinavi, baltici e slavi, rispetto a quelli mediterranei, cioè l’Italia e la Grecia, il paganesimo popolare è forse riuscito nei secoli, e in certe aree, a rimanere più autonomo dal cristianesimo, però solo in ambito mediterraneo (in cui comunque restano interessantissime sopravvivenze popolari pur sotto veste cristiana) sembrano esserci state sempre delle élites pagane, e ciò lo si deve proprio alla continuità della superiore cultura greca e latina, veicolo fino a noi del neoplatonismo, che è poi il più alto paganesimo filosofico, dell’ermetismo alchemico e di riti più propriamente legati alla religione civica e privata del mondo classico.
Nel Rinascimento, cioè non appena si allentano i vincoli del controllo religioso medievale, poi rinserrati da Riforma e Controriforma, si hanno forme palesi di reviviscenza pagana che non si possono spiegare senza una continuità sotterranea attraverso i secoli. Nel 400 in Grecia c’è la repubblica pagano-platonica di Giorgio Gemisto Pletone, in Italia l’Accademia Romana di Pomponio Leto, da cui si palesa la sopravvivenza del pontificato massimo pagano nella città dei papi. Tra queste due realtà vi era peraltro un rapporto, e non a caso la tomba di Pletone è in Italia. Accanto a tutto ciò c’è poi l’autonomo riprendere una ritualità pagana indirizzata agli antichi Dei da parte di singoli o gruppi, tutti appartenenti a ceti colti, poiché era dai classici latini e dai monumenti che si potevano attingere formule, costumi, pratiche religiose”.
Nell’Italia contemporanea cos’è rimasto?
“La più decisa affermazione pubblica circa la permanenza fino a noi di un centro iniziatico – il che vuol dire della tradizione esoterica – pagano italico-romano fu fatta nel 1928 da Arturo Reghini su una prestigiosa rivista di scienze iniziatiche, UR, diretta da Julius Evola, a sua volta autore nel 1928 del già ricordato Imperialismo pagano, che invitava esplicitamente il neonato regime fascista a far proprio il riferimento spirituale al paganesimo imperiale. In un suo articolo firmato con pseudonimo (tutti i collaboratori della rivista avevano l’obbligo dell’anonimato), Reghini scrisse che, per quanto potesse sembrare inverosimile, un centro iniziatico romano si era ininterrottamente mantenuto dalla fine dell’Impero fino al tempo presente, con una continuità anche fisica di trasmissione. Reghini non era uno dei tanti occultisti del Novecento, ma una poderosa figura spirituale, un insigne esploratore e rinnovatore della matematica pitagorica: le sue parole hanno un peso non indifferente. Di questo passaggio si possono cogliere solo, a volte, certe tracce lasciate nella storia culturale e politica dell’Italia. Chi vuole avvicinarsi al paganesimo, nell’Italia di oggi, deve però necessariamente guardare a ciò che gli appare più da vicino, e non aver paura di praticare dei riti senza il conforto di una secolare realtà visibile dietro le spalle, che è poi la sicurezza che si ricerca nelle grandi religioni storiche. Bisogna avere un po’ il coraggio dell’umanista del Quattrocento, o dello studente dell’Ottocento, che, leggendo di una preghiera o di un rito di offerta in un classico latino, ha detto a se stesso: “E se lo facessi io, che accadrebbe?”.
Quali sono oggi i gruppi, le personalità del paganesimo italiano?
“In Italia vi sono individui e gruppi che si richiamano genericamente al paganesimo, o che lo intendono in senso non romano-italico e nemmeno classico, ma celtico o addirittura nordico, odinistico: un non senso, perché se nell’Italia antica e poi nelle tradizioni popolari esiste una componente celtica, Odino in Italia non è mai stato di casa: i Longobardi, di cui peraltro sono un simpatizzante, arrivarono in Italia già cristianizzati, pur se malamente; i Normanni del Sud, poi, non erano più i Vikinghi pagani…
Ma esistono gruppi che non amano la pubblicità, che non fanno riviste, che non hanno siti internet. Il Movimento Tradizionale Romano cui appartengo, ha scelto la strada di una presenza culturale attiva ed esplicita, ed ha gruppi in varie regioni d’Italia. A livello pubblico va segnalata anche l’Associazione Romania Quirites di Forlì. Noi del MTR operiamo culturalmente con un sito ed un forum in internet (www.lacittadella-mtr.com e www.saturniatellus.com), ma soprattutto con la rivista cartacea La Cittadella (c’è anche Arthos, ma solo in parte tratta di argomenti pagani). Comunque, ciò che caratterizza il MTR è l’aver raggiunto uno status culturale riconosciuto, che lo porta al dialogo con personalità del mondo accademico e alla simpatia da parte di intellettuali non conformisti. Certo: l’attività culturale di per sé non rende nessuno più pagano di un altro, però è evidente che la qualità di tale attività aiuta a legittimare socialmente l’attività più strettamente spirituale”.
A proposito di attività culturale, Lei ha collaborato anche al volume collettivo di Ar Il ‘gentil seme’, che si interrogava proprio sulle radici dell’Europa…
“Sì, ha fatto bene a citare quel volume. Guardi, io lo considero una delle più efficaci testimonianze dell’esistenza in Italia di una cultura pagana di alto livello, capace di misurarsi con le grandi questioni filosofiche, storiche, politiche. Le Edizioni Ar, specialmente negli ultimi anni, hanno dato anche loro un grande contributo a rendere normale il parlare di paganesimo”.
In Italia, ma non solo, il paganesimo ha una storia che si intreccia con il fascismo prima e col neofascismo, il radicalismo di destra poi. Come lo spiega?
“Il fatto è che fin dai suoi albori il fascismo ha interessato certe personalità e certi ambienti, che ritenevano il movimento di Mussolini una grande occasione storica per ridare all’Italia un grande ruolo storico, che il richiamo a Roma rendeva un obbligo. E’ vero per Giacomo Boni, per Arturo Reghini, per Julius Evola. Ed è per questo che un pagano italiano, oggi, può benissimo affermare di non essere fascista, ma di certo non può dichiararsi antifascista.
Contrariamente a quello che si crede, nel neofascismo il paganesimo romano non ha avuto molto rilievo. Ora, il paganesimo può anche essere un dato filosofico élitario, ma la romanità deve sempre tradursi in realtà politica, in ordine statuale, sociale. Tuttavia la nascita dei Dioscuri, in seno ad Ordine Nuovo, alla fine degli anni 60, è stata molto importante. Scrivere pubblicamente, come fecero loro, che per ridare un ordine tradizionale non solo all’Italia ma al mondo intero bisognava riaccendere a Roma il fuoco di Vesta non era cosa da poco, soprattutto allora”.
Ma qual è la vita religiosa di un pagano romano dei nostri giorni?
“E’ una vita centrata su un culto che è da dirsi privato anche quando è comunitario, poiché la religione dei Romani era innanzitutto la religione dello Stato romano (i suoi sacerdoti erano magistrati, questo non va dimenticato), e per essere pienamente ripristinata occorrerebbe un culto pubblico dello Stato. Il culto privato, come peraltro quello pubblico, è scandito dall’antico calendario romano, con le sue calende, none ed idi. Da molti anni Renato del Ponte, personalità di spicco del tradizionalismo romano dei nostri tempi, edita un calendario che ci avvicina al tempo sacro dei nostri maggiori.
Vorrei però concludere dicendo che gli antichi, romani o greci che fossero, non sapevano di essere pagani e politeisti. Il primo è un termine polemico coniato dai cristiani con riferimento alle sopravvivenze di antichi culti nei pagi, cioè nei villaggi rurali, il secondo un termine scientifico moderno. I nostri antichi sapevano solo di essere pii e religiosissimi e che come tali dovevano venerare più Dei, non perché ignorassero una unitaria realtà metafisica ma perché sapevano che tale realtà si esplicita in una meravigliosa pluralità di forme e funzioni che rendono il cosmo sacro e bello. Se i due termini, pagani e politeisti, servono semplicemente a far capire subito: il primo che ci riferiamo alla spiritualità precristiana, il secondo al pantheon classico, allora possiamo anche definirci pagani e politeisti; se devono generare confusione (ad es. permettendo che si venga associati a sgradevoli occultismi new age), allora è meglio privilegiare la definizione di tradizionalisti romani, sempre che sia di questi ultimi che si parla”.
Sta prendendo le distanze dal termine “pagano”?...
“No, per nulla. Nel termine pagano vi è un segno distintivo radicale, non compromissorio con ciò che è venuto dopo, che spesso è utile per sfuggire alle insidie di certe visioni spiritualiste, per le quali il “buono” del mondo antico sarebbe stato definitivamente assimilato dal monoteismo cristiano ed islamico. E poi, anche nella cultura accademica il termine paganesimo viene correntemente usato per riferirsi non solo alla religiosità greca e romana, ma alle stesse filosofie e letterature antiche, da Platone a Proclo, da Omero a Virgilio. Insomma, il paganesimo è il dato originario della cultura europea: non può essere un termine criminalizzato, né appioppato a fenomeni d’altra origine, come è d’uso nel parlare del papa e dei vescovi, che gridano al ritorno al paganesimo ora per il satanismo ora per il matrimonio gay”.
* Circolo Culturale Helios - Viterbo
RINASCITA - Quotidiano di liberazione nazionale
Qual è la religione più diffusa del mondo?
LE CONFESSIONI DI UN PAGANO MODERNO
Chistopher Gerard, direttore della rivista Antaios
Cos’è veramente il Paganesimo all’inizio del terzo millennio?
Essere pagano oggi è, a mio avviso, voler superare sia il dualismo delle religioni monoteiste rivelate, che chiamerò per comodità religioni abramiche come il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam, sia il nichilismo, pensiero tipico di una mentalità moderna singolarmente distruttiva.
Premetto di essere comunque convinto che esistano tanti approcci al paganesimo quanti sono i pagani. Ma non è questo forse nella natura delle cose, dal momento che il tratto caratteristico dei differenti Paganesimi, vecchi o nuovi, europei o no, consiste precisamente in quest'esaltazione dell'infinita pluralità del reale?
Vediamo cos'è in realtà quello che viene chiamato Paganesimo.
Il termine si può prestare a confusioni e malintesi, tanto più che esso è stato forgiato dai suoi avversari. Sono infatti i cristiani che, nel corso del terzo e quarto secolo, hanno fatto della parola latina paganus (contadino) una sorta d'insulto.
I pagani erano allora presentati come degli zoticoni, degli antiquati che rifiutavano - sfrontati! - di convertirsi alla vera fede, quella del Cristo. Ancora ai nostri giorni, il termine "pagano" è talvolta inteso come sinonimo di "barbaro", di "rozzo" e, addirittura, di "ateo".
Esso non è niente di tutto questo.
Il Paganesimo che io difendo è agli antipodi dell’esaltazione di chissà quale barbaria o quale culto della forza bruta. Se i pagani hanno sempre reso omaggi alle forze presenti nell'universo, non si tratta per noi politeisti né di un culto della violenza né tanto meno d'idolatria.
Quanto alla presunta rozzezza dei pagani, mi limiterò a ricordare che da millenni questi hanno sviluppato metafisiche estremamente raffinate: si pensi ai presocratici greci, alle Upanishad dell'India, o alle scuole platoniche, pitagoriche o ermetiche.
E’ anche da ricordare che l'ateismo è pressoché sconosciuto nelle società tradizionali, che prolifera invece nelle nostre società post-cristiane.
Se dovessi definire il Paganesimo come una coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenaria, quella che ci "re-ligat" (la religione è appunto l'atto del religare, del collegare), che ci unisce ai nostri antenati e al territorio, e che ci apre all'infinito. Potrei ugualmente definirla come partecipazione attiva al mondo, come equilibrio ricercato fra micro e macrocosmo.
È la religione naturale della natura e dei suoi cicli. Essa è la più antica del mondo perché "nata" con l’uomo. Lungi dall'essere una nostalgia da letterati fermi a qualche mitica Età dell'Oro, oso affermare che il Paganesimo sta per diventare di nuovo la prima religione del mondo.
Infatti, se si considerano gli induisti, gli scintoisti, i taoisti, gli animisti e gli adepti – sempre più numerosi – dei culti precristiani d'Europa e delle Americhe (si pensi alla spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell'ex-Unione Sovietica), si arriva ad un totale approssimativo di un miliardo e mezzo di persone.
Ad essa appartengono i culti preislamici (come i zoroastriani delle regioni turcofone), e persino i pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti degli ebrei). Un tale numero ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del pianeta!
Due potenze nucleari, l'India e la Cina, sono politeiste - una sotto ornamenti modernisti, l'altra sotto fronzoli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi taoisti, mentre l'Induismo è divenuto “offensivo” agli occhi di qualcuno, perché osa mandare missioni indù ai quattro angoli del mondo.
Ricordiamo che il Paganesimo è religione ufficiale dell'Islanda dal 1973, e che esso è riconosciuto in parte in Gran Bretagna (in certi ospedali, prigioni eccetera) e negli Stati baltici.
In Russia, correnti pagane si sviluppano a velocità vertiginosa, nel bene e nel male, visto il disastro sociale che questo paese sta attraversando.
Interessarsi con un occhio nuovo al Paganesimo mi sembra dunque pertinente.
Quello che più spesso si rimprovera ai pagani, antichi e moderni, è il passatismo, cioè agognare ai tempi antichi della storia umana. Questo è lo stesso rimprovero che veniva mosso dai marxisti a quei “poveri pazzi” che non consideravano Marx e Lenin gli orizzonti insuperabili del pensiero umano.
Questo rimprovero – di non essere nel “senso” della storia – è del tutto insensato, dal momento che il Paganesimo non ha una visione lineare del tempo, visto come avanzata costante della civiltà verso il Progresso, a partire da un momento ben definito (la nascita del Cristo o altro).
Questa concezione lineare del tempo ci è estranea. Noi pagani concepiamo il tempo invece come ciclico, proprio come i cicli cosmici (quello solare, per esempio, con equinozi e solstizi).
Infatti il Paganesimo è una religione dell'anno, e dunque della realtà.
Il tempo dei pagani è quello dell'Eterno Ritorno, simile alla grande Ruota che gira senza posa.
Noi non crediamo né alla creazione né alla fine del mondo. Per noi non ci sarà l’Apocalisse, bensì innumerevoli fini di cicli, eternamente ricominciati. Una successione senza inizio né fine di nascite, di crescite e di declini; di crepuscoli seguiti da rinnovamenti, di cataclismi seguiti da rinascite, in seno ad un Ordine – Kosmos in greco – senza tempo in cui uomini e Dei, mortali e Immortali, hanno il loro posto e la loro funzione.
Neanche il mito del Progresso ci appartiene. Noi non crediamo né al senso della storia (concetto totalitario, a mio avviso), né alla "fine" del Paganesimo o alla "morte" degli Dei.
Di conseguenza, il rimprovero di adorare divinità morte ci lascia indifferenti.
I nostri Dei non sono morti per la semplice ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito:
"Il mondo di fronte a noi – il medesimo per tutti – non lo fece nessuno degli Dei né degli uomini, ma fu sempre ed è, e sarà, fuoco vivente, che divampa secondo misure e si estingue secondo misure".
Questo frammento, vecchio di venticinque secoli, traduce le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali...
Se il tempo fosse lineare, come vorrebbero la teologie giudeo-cristiana e quella razionalista, il Paganesimo sarebbe impensabile perché "morto". Sarebbe per di più scandaloso, perché si muove in direzione contraria al sacro senso della storia.
Ma se, come tutti noi avvertiamo, il tempo è ciclico, la prospettiva muta radicalmente.
Il Paganesimo non è mai potuto morire perché, a immagine e somiglianza delle divinità che popolano i suoi pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi...) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli Archetipi, che sono essi stessi eterni.
Per meglio comprendere la visione pagana del mondo, è indispensabile superare i blocchi mentali indotti dal modo di pensare giudeo-cristiano. L’ellenista Marcel Détienne puntualizza nella sua prefazione al libro del professor Otto sugli Dei della Grecia:
"Dietro il falso sapere dell'intellettuale e dell'universitario, spunta il grande avversario: il cristianesimo, che ci ha imposto in maniera insidiosa un certo modo di pensare la religione.
Con la sua angoscia di salvezza e le sue gioie segrete di anima peccatrice, il cristianesimo è soprattutto un ostacolo verso la conoscenza: una malattia, uno stato di languore al quale bisogna strapparsi e dal quale bisogna guarire se si vuole riscoprire la figura autentica degli Dei della Grecia".
Il paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, assieme agli Dèi, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del "credente" delle religioni abramiche.
Questo termine è realmente privo di senso per un pagano: egli non crede, aderisce.
Allo stesso modo, egli non si converte ad un'altra religione, che potrebbe essere l'unica vera (ma che negherebbe immediatamente tutte le altre perché false e barbare). Semplicemente, il pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l'anima è naturalmente pagana.
Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Da un modo di pensare che crede di potersi assicurare la salvezza eterna in seno ad una religione che deterrebbe da sola il monopolio del Vero e del Bene. L'unica abilitata a conferire al credente i sacramenti che ne fanno un "fedele" in opposizione agli “infedeli".
La nostra visione non è dualista, e respingiamo come prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non credenti, ortodossi ed eretici, eccetera.
Il Paganesimo è olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto ricerca di legami più che di rotture. Ancora una volta, noi non neghiamo l'esistenza, nel Paganesimo antico, di correnti dualiste, alle quali però non facciamo riferimento.
Gli Dei e le Dee del Paganesimo non sono né unici né onniscienti. Essi non hanno creato questo mondo, ma sono nati in esso e attraverso esso. A mano a mano che l'universo, ciclo dopo ciclo, si organizzava a partire da entità primordiali essi sono scaturiti per generazioni successive. I nostri Dei non sono persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi: bellezza, splendore, forza, giovinezza...
Nel Paganesimo, esiste una comunità d'uomini e di Dei, di mortali e d’Immortali. Nel Simposio Platone parla appunto di "comunanza reciproca d'uomini e Dei". Nel Gorgia precisa: "I dotti affermano che il cielo e la terra, gli Dei e gli uomini sono legati insieme dall'amicizia, il rispetto dell'ordine, la moderazione e la giustizia, e per questa ragione essi chiamano mondo l'insieme delle cose e non disordine e sregolatezza". Molti secoli più tardi, Heidegger dirà: "La terra e il cielo, gli esseri divini e quelli mortali formano un tutto unico".
Gli Dei non sono dunque creatori del mondo ex nihilo: come creare qualcosa a partire dal nulla?
Essi sono emanazioni del mondo, nel quale si manifestano. Questo concetto di manifestazione è fondamentale nella nostra religione naturale, e si oppone a quello di rivelazione, che per definizione è soprannaturale. Allo stesso modo, noi ignoriamo dogmi e profeti, papi e curati, ortodossi ed eretici, sette e guru.
Il Pagano è nel mondo, sforzandosi, in tutta umiltà, di decifrare per meglio cogliere le innumerevoli manifestazioni del divino. Il Paganesimo non lascia mai che l'uomo si ripieghi su se stesso, sotto il peso del peccato originale.
Al contrario, essere pagano consiste precisamente nell'aprirsi all'esperienza del mondo. Vorrei soffermarmi per un momento sull'importanza dello sguardo, che i Greci chiamavano theoria,
osservazione delle manifestazioni del divino.
Essa ci riporta all'antica concezione dell'èn tò pàn, che si ritrova sia presso i Presocratici che nelle Upanishad: la dottrina non dualista dell'unità. In questa visione, il mondo non è visto come intimamente malvagio, incline al peccato, valle di lacrime da attraversare in tutta fretta prima di potere accedere ad un qualche ipotetico "retromondo". Non bisogna fuggire il mondo, ma affrontarlo, senza pensare ad una futura salvezza.
C'è dunque una reale accettazione del mondo, con tutte le sue infinite imperfezioni, ma considerato pur sempre come manifestazione del genio divino. La sua contemplazione attiva non può che rafforzare il nostro sentimento d'identità col grande Tutto.
Queste concezioni intimamente pagane sono sopravvissute anche in seno alla cristianità europea.
Le si ritrovano, soffocate, in Scoto Eriugena, Meister Eckhart, Nicola Cusano... Il dogma cristiano del Dio creatore esterno al mondo, sua creazione, è sempre stato contestato da questi pensatori. Questa è la famosa tentazione panteista, tanto vilipesa dai teologi ufficiali, gelosi custodi del Vero.
Già Cicerone, nel De divinatione, precisa: "tutto è pieno di spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime degli uomini sono mosse dalla loro comunità d'essenza con le anime degli Dei".
Secoli prima di Cicerone, Ippocrate diceva: “Le cose sono divine e umane al tempo stesso”.
Il già citato prof. Otto, nel suo notevole saggio sugli Dei della Grecia, scrive: "Non è a partire da un aldilà che il divino opera sulla sua anima. Esso è tutt'uno col mondo. Esso si pone innanzi all'uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L'uomo fa l'esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, ma attraverso un movimento verso l'esterno".
Il Paganesimo ignora dogmi e catechismi.
Nessun libro sacro ci prescrive in modo autoritario quello che dovremmo "credere". La nostra libertà di pensiero resta intatta. Il nostro compito consiste nell'onorare gli Dei per mezzo di riti, giacché il Paganesimo è una religione d'opere più che di fede. Si tratta di una religione vissuta nei gesti: il saluto al Sole e alla Luna, ai solstizi e agli equinozi, l'offerta di un grano d'incenso o di un fiore...
Si pensi con attenzione quanto ci sia di degenerativo nelle definizioni moderne di: "fato", "fatale" e "fatalismo". Anteponiamogli l'antica concezione di tali parole: il "fato" è la «legge dello sviluppo del mondo», una legge «piena di senso e come procedente da una volontà intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche»; non cieca, irrazionale e automatica come nel senso moderno.
Il pagano si cura pertanto di formare la sua azione e la sua vita in modo che esse continuassero l'ordine generale, ne fossero in un certo senso il prolungamento ed uno sviluppo ulteriore. Egli pertanto cercava, e cerca di presentire la direzione delle forze divine nella storia, così da potervi connettere in modo opportuno l'azione, da armonizzarla con essa, rendendola massimamente efficace e carica di significato.
Ciò consegna alla magia del rito un'importanza molto rilevante: le peggiori sciagure per il pagano nascono dall'aver trascurato gli auspici, dall'aver agito disordinatamente e arbitrariamente, rompendo i contatti con il mondo superiore, il mondo dell'invisibile.
Gli Dei sono Potenze, mai particolari in sé. La loro sola esistenza, la sola presenza di queste entità inaccessibili e tuttavia familiari basta per riempirci di gioia, per consolarci dei soprusi dell'esistenza.
Ed eccoci ad un elemento centrale nella concezione pagana del mondo: il Senso del Tragico.
Gli Dei non sono onnipotenti, per quanto siano simboli di pienezza. Essi non possono tutto, perché la loro potenza è limitata dal Destino - Virgilio lo chiamava "inexorabile Fatum". Esiste dunque un limite impossibile da superare.
Presso i Greci sono le Moire, presso i Romani le Parche, presso gli Scandinavi, le Nome - che filano il destino proprio a ciascuno. Queste potenze impersonali e inflessibili sono l'Ordine inviolabile del mondo. Esse sono al di sopra degli Dei, come ricorda Omero: "nemmeno gli Dei, dice Atena, possono allontanare la morte dall'uomo che prediligono quando la fatale Moira colpisce".
Gli Dei del Politeismo contemporaneo non concedono alcuna ricompensa.
E’ la nostra etica dell'onore che ci comanda di trasmettere un nome senza macchia, d’essere fedeli alla parola data e di rispettare i contratti. Il Mithra degli Indo-Iraniani è proprio il Dio amico, quello del contratto. Il Paganesimo è una religione non del peccato, ma dell'errore. L'errore supremo è quello che i Greci, nostri maestri, chiamavano hybris: la mancanza di moderazione, dettata dall'orgoglio, che spinge l'uomo accecato a scagliarsi contro l'ordine cosmico. Il più terribile esempio di hybris contemporaneo è dato dai totalitarismi moderni, i quali, a furia di voler "cambiare l'uomo" in realtà lo avviliscono.
Il Paganesimo non postula alcun riscatto. Si tratta, è vero, di una religiosità di questo mondo, una religiosità dell'immanenza: il mondo è sacralizzato. La cosa sembrerà strana per quanti continuano a credere che la sola vera religione sia quella dell'aldilà.
Ma essere pagano oggi vuol dire anche liberarsi da questo genere di cascami. Il Paganesimo non è una religione del terrore, del disprezzo di sé, bensì della piena salute, fisica e psichica: mens sana in corpore sano, diceva Giovenale.
Inoltre il Paganesimo si caratterizza, idealmente parlando, per il suo gusto dell'equilibrio. Sono ancora una volta i Greci a tracciare per noi la via da seguire, col concetto delfìco di Méden Agan, (nulla di troppo), illustrato dall'eccezionale senso delle proporzioni dell'arte ellenica.
Il Paganesimo non è una religione di salvezza (anche se certi culti misterici che assicurano la salvezza agli adepti vi trovano un posto). Si tratta invece di una religione terrena, mirante ad assicurare la pienezza ottimale in questo mondo, hic et nunc. Vi si cercherà invano la minima ossessione dell'aldilà.
La morte non vi è considerata come elemento centrale (col corollario di un moralismo soffocante, e l'ipocrisia che ne scaturisce). La morte è una tappa nel processo eterno di trasmissione. Come diceva Nietzsche - il filosofo col martello - "la Ruota gira" e la danza degli elementi continua, senza inizio né fine. Alla domanda angosciosa "che c'è dopo la morte?", noi aggiungeremo l'altra - "e prima della nascita?". Per noi, i cicli sono cominciati ben prima della nostra nascita e continueranno ancora per molto dopo la nostra scomparsa, a maggior gloria degli Dei.
Ora concludo. Ho voluto citare qui una serie di testi non per pedanteria, ma per meglio mostrare che io sono soltanto una maglia di una catena plurimillenaria. In realtà, io mi considero "parlato" da queste testimonianze di una fede secolare, angariata, perseguitata, soffocata - ma sempre rinascente e indomita.
Chistopher Gerard, direttore della rivista Antaios
Tratto dalla conferenza pronunciata il 15 maggio 1997 in occasione del terzo colloquio del Gruppo d'Orval.
Per gentile concessione della rivista di studi politeisti Antaios,
fondata nel 1959 da Ernst Jünger e Mircea Eliade.
E-mail: antaios_bru@hotmail.com
Antaios è membro del Centro Mondiale delle Religioni Etniche
CMRE, Vilnius, www.wcer.org
http://www.centrostudilaruna.it/gerard.html
Dal 19 settembre sarà in libreria il nuovo libro di Massimo Fini: RAGAZZO.
Storia di una vecchiaia
Una spietata analisi, senza infingimenti, senza autoillusioni, senza autoinganni sulla vecchiaia, al di là delle ipocrisie e della retorica con cui oggi cerchiamo di abbellire e edulcorare quella che chiamiamo eufemisticamente «la terza età» rendendola così, se possibile, ancor più crudele e beffarda. E, insieme, in un gioco di rimbalzi e di controspecchi, un appassionato inno alla giovinezza, «quella irripetibile età in cui ci chiamavano ragazzi». Animato da ricordi e esperienze personali, nelle quali il lettore non farà fatica a riconoscersi perché Fini riesce a dare ai fatti che rievoca, ora con tenerezza, ora con ironia, ora con sarcasmo, a volte con lucida ferocia, significati e valenze universali, Ragazzo è anche una sorta di singolare autobiografia giocata solo sul filo del rapporto giovinezza/vecchiaia, sul cui sfondo domina, enigmatico e incontrastabile, il vero protagonista del libro: il Tempo.«L’estremo paradosso dei vecchi è che desiderano morire ma vogliono vivere»